Attacchi di Panico come Gestirli ed affrontarli

Vi è mai capitato di avere un’improvvisa paura, dolore al petto, sudorazione, forte ansia con paura di morire? Probabilmente avete avuto un attacco di panico, uno dei piú comuni disturbi d’ansia che colpisce milioni di italiani e che spesso rappresenta una vera e propria patologia.

Come si affrontano? Cosa bisogna fare quando ne siamo colpiti? Abbiamo chiesto lumi alla Dottoressa Claudia De Masi, esperta psicoterapeuta con studio di psicologia Roma in via Livorno 41. Da anni la dottoressa cura i propri pazienti con successo con la terapia breve strategica, ha stilato per noi una serie di consigli utili per aiutare chi ne soffre spiegandoci con dettaglio anche del perchè gli attacchi di panico si presentino in maniera improvvisa.

Come capiamo che si è trattato di attacco di panico?

I sintomi principali che caratterizzano l’attacco di panico (tachicardia, tremori, dolore al petto, sudorazione, giramenti di testa..ecc..) possono essere presenti anche in molte altre patologie fisiche tra cui, in primis, gli attacchi cardiaci. Non è possibile, perciò, fare una diagnosi diretta del problema ma si dovrà procedere, necessariamente, con una diagnosi differenziale.

Concretamente questo vuol dire che sarà necessario andare a verificare presso il medico competente che quell’esperienza sintomatologica non sia indicatrice di un problema cardiaco o fisico di altro genere. Questo, in realtà, è praticamente un passaggio automatico poichè la maggior parte delle persone in preda al primo attacco di panico, si rivolgono d’istinto al pronto soccorso o al loro medico di fiducia , dove, in entrambi i casi vengono fatti i controlli necessari per escludere patologie fisiologiche e solamente alla fine di questi controlli viene indicato di rivolgersi ad uno psichiatra per un’ipotetica diagnosi di attacco di panico.

ATTACCHI PANICO CURACome si manifesta un attacco di panico?

Il manifestarsi di un attacco di panico ha due caratteristiche principali: è improvviso e si presenta come un’escalation di sintomi che partono in maniera più lieve e, nel giro di qualche minuto, arrivano alla soglia critica del panico. Le persone, nel momento di picco del panico, hanno una sensazione di fortissima paura di morire o di perdere il controllo e impazzire.

I sintomi che il DSM – V riconosce associati ad un attacco di panico sono:

  • palpitazioni/tachicardia
  • senso di soffocamento o asfissia
  • sudorazione e brividi con tremori
  • dolore al petto che può essere scambiato per infarto
  • paura di morire e di impazzire
  • nausea e sbandamenti
  • derealizzazione.

Per essere riconosciuto come attacco di panico devono essere presenti almeno 4 di questi sintomi, solitamente ogni persona ha dei sintomi più ricorrenti di altri e che diventano i suoi “sintomi caratterizzanti” che costituiranno i campanelli d’allarme indicatori di un attacco possibile in arrivo.

Perche ci prende all’ improvviso e cosa lo scatena?

La comparsa improvvisa è proprio una delle caratteristiche della paura. Il nostro sistema nervoso prevede una strada velocissima tra la percezione di uno stimolo (esterno o interno) di pericolo e la messa in allerta di tutte le funzioni vitali, questa strada passa prima per l’amigdala, che è il centro di regolazione delle emozioni, in particolare della paura.

Il nostro cervello attiva tutte le risposte di allerta ( sudorazione, tachicardia, tensione muscolare…) per permetterci di essere pronti a fuggire o evitare lo stimolo di pericolo. Non è facile poter dire cosa spaventa la persona esattamente quando si sperimenta il primo attacco di panico.

Quello che sappiamo è che, molto spesso, poi, è proprio l’attivazione fisica a diventare lo stimolo di cui abbiamo paura, appena sentiamo il corpo attivarsi attraverso uno o più dei sintomi più volte sopra citati, scatta il timore che un attacco di panico sia in arrivo. La famosa “paura della paura” che è quella sulla quale da un singolo episodio di panico si può costruire un vero e proprio disturbo.

Ci sono dei campanelli di allarme per gli attacchi di panico?

Il primo attacco di panico arriva sempre improvviso e inaspettato, non è qualcosa che, al momento è possibile prevedere o ipotizzare. Anche per quello è un’esperienza di forte terrore, perchè coglie completamente inaspettati.

Discorso diverso, invece, per gli attacchi successivi che la persona prova, in qualche modo, a cercare di prevedere ipotizzando situazioni o luoghi che possono essere più rischiose (e iniziando ad evitarle proprio per ridurre il rischio di un altro attacco) o abituandosi ad ascoltare, a volte anche in maniera ossessiva, i propri sintomi fisiologici (tachicardia, sensazione di sbandamento, tremore..) al fine di cogliere “l’inizio” di un possibile attacco di panico e poterlo gestire senza che vi sia l’escalation temuta.

Cosa dobbiamo fare in quei momenti? Ci sono degli esercizi utili o tecniche di rilassamento?

Come abbiamo già detto, il primo attacco di panico non è prevedibile e, di conseguenza, è anche decisamente poco realistico pensare di poterlo controllare o mettere in atto tecniche particolari. Diverso è il discorso per gli episodi successivi che, piano piano, diventano comunque più “noti” per quanto non meno spaventosi.

In questi casi ci sono diverse tipologie di tecniche che possono essere messe in atto per gestire la criticità del momento, molti utilizzano tecniche di rilassamento , il training autogeno fra tutte, nella psicoterapia breve strategica vi sono due tecniche cardine che si chiamano “Diario di bordo” e “Peggiore fantasia” che vengono utilizzate già dai primi incontri per permettere a chi soffre di panico di avere uno strumento concreto da poter utilizzare nei momenti di difficoltà.

I farmaci sono indicati? Se sì quali usare e le controindicazioni o i benefici

Il sostegno farmacologico può essere inevitabile in casi molto gravi o per intervenire inizialmente ma non sono sempre necessari, anzi, moltissime volte si riesce ad uscire dagli attacchi di panico solamente con uno specifico intervento psicoterapeutico.

La psicoterapia, in sè, non è in contrapposizione con la farmacologia, anzi, molti studi evidenziano che laddove il sostegno farmacologico viene integrato ad un percorso psicoterapico, vi sono i risultati migliori, soprattutto perchè più diventano visibili i miglioramenti a seguito del lavoro di psicoterapia, più è possibile iniziare a ridurre gradualmente ( sempre con il supporto medico) i farmaci fino a poterli completamente eliminare o lasciarli in una posologia estremamente limitata.

Non essendo io un medico, e non gestendo direttamente i farmaci, non mi addentro in quelli che possono essere consigli su quali farmaci sia meglio utilizzare. La figura dello psichiatra è la più adatta a fornire tali risposte, e la collaborazione tra psichiatra e psicoterapeuta è altamente consigliata per fornire al paziente un percorso integrato consapevole e progettato su misura del suo disturbo e dei suoi progressi terapeutici.

E’ invece mia competenza rilevare e, conseguentemente, mettere in guardia i pazienti da due forti pericoli “psicologici” in cui si può imbattere colui che inizia ad utilizzare psicofarmaci:

Utilizzare i farmaci come “stampella”, ovvero, come ausilio per superare l’emergenza ma che, sul lungo, rimanendo nella metafora potrebbero far “rimanere zoppicanti”. Colui che trova nella stampella, infatti, una momentanea soluzione, rischia di non voler fare la fatica di esercitarsi per riprendere a camminare da solo. Lo psicofarmaco può portare allo stesso rischio, visto che una psicoterapia richiede comunque impegno e applicazione , troppe persone , ancora si accontentano di risolvere il problema solo eliminando i sintomi attraverso il farmaco ma non permettendo a loro stessi, in questo modo, di arrivare ad una completa risoluzione

Avviare l’utilizzo “fai da te” del farmaco: troppo spesso, purtroppo, sto vedendo come, dopo un primo consulto medico le persone tendano ad adeguare la terapia al loro stato ( se mi sento meglio la diminuisco o addirittura la sospendo, se mi sento peggio la aumento) mettendo in atto una vera e propria “cura fai da te” estremamente pericolosa e dannosa. L’utilizzo degli psicofarmaci va sempre supervisionato da un medico specializzato che seguirà l’evoluzione della situazione passo passo.

Uno psicoterapeuta risolve la situazione?

Si, un bravo psicoterapeuta risolve gli attacchi di panico o, se la situazione è particolarmente complessa, in ogni caso, porta un notevole contributo di miglioramento.
Tre fattori possono fare la differenza nella risolutività di una psicoterapia:

  • Il tipo di approccio terapeutico, alcuni si adattano meglio ad alcuni disturbi, alcuni ad altre
  • L’esperienza del terapeuta nella cura di quello specifico disturbo (più è specializzato negli attacchi di panico, ad esempio, più potrà essere efficace).
  • La relazione che si crea fra terapeuta e paziente: elemento indispensabile per una buona prognosi terapeutica.

In quante sedute si risolve la situazione?

In generale,un miglioramento deve essere percepibile nell’arco di un tempo stimato di tre/sei mesi al massimo, non è pensabile portare avanti per mesi o addirittura anni una terapia se non si ha un giovamento evidente.
Anche in questo caso dipende molto dal tipo di approccio per cui potrò rispondere solo basandomi sulla mia esperienza personale e sul mio metodo di lavoro.

La Terapia Breve Strategica lavora focalizzandosi sul problema presente, sulle modalità con cui esso si presenta, si mantiene e si alimenta nel tempo e intervenendo per inserire elementi che portino un cambiamento nel sistema rigido su cui si basa il problema.
Per fare questo ci si dà un obiettivo specifico su cui si inizia ad intervenire già dalla prima seduta e ci si dà uno spazio concordato insieme al paziente di 10 sedute per vedere risultati concreti e visibili.

In alcuni casi 10 sedute sono sufficienti per estinguere il problema, in altri si ottiene uno sblocco notevole della situazione che poi va consolidato con altre sedute. Se entro 10 sedute, invece, non ci fosse stato alcun tipo di miglioramento è inutile proseguire la terapia poichè o non è adatta al problema della persona, o il terapeuta non ha saputo indirizzare il lavoro sul giusto binario. In questo modo, a mio avviso, si rispetta l’impegno economico, personale e di tempo che il paziente investe nella terapia.

La terapia breve strategica è estremamente specifica per i disturbi di ansia, panico e fobie che vengono trattati attraverso un apposito protocollo messo a punto dal Prof. Giorgio Nardone, presso la cui scuola mi sono formata, e testato ormai da oltre 30 anni da lui e tutti i suoi studenti su migliaia di persone.

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